Fogarando ... a tavola dopo la fogarata

La fogarata ha storia antica, legame caldo e forte con le nostre radici. È incontro di famiglie e di comunità, festoso saluto all'anno che nasce e al sole che ha vinto le tenebre, luce hai Re Magi sulla strada di Betlemme. Tanti sono i simboli del "panevin", non solo ricordo di antichi riti della civiltà contadina e annuale conquista del fuoco che garantisce la vita. È caldo luogo d'incontro, inizio d'una nuova storia da celebrare secondo antiche tradizioni. Dopo i canti il brindisi e la pinza, il ritrovarsi intorno a tavole imbandite prolunga la festa e consolida gli auspici d'un anno felice.

le specialità della tradizione proposte dai locali del "Fogarando

 


La Pila
     Cison di Valmarino - - Via Via Cal della Pila - tel.0438.975356
Pit e fasoi e il
Al Credazzo
     Farra di Soligo - - Via Credazzo, 33 - tel.0438 801458
Muset, cren e purè
Casteo da Daniele
     Pieve di Soligo - - Via Marconi, 10 - tel.0438 980990

Corte Del Medà
     Pieve di Soligo - - Via Corte Del Medà 15 - tel.0438.840605

Da Muner
     Pieve di Soligo - , loc. Molinetto della Croda - Via San Zuanet, 4 - tel.0438 978033
Cene a Tema
San Martino
     Pieve di Soligo - , loc. Centro Balbi Valier - Via Corte del Medà - tel.0438.841890

Calronche
     Refrontolo - , loc. Crevada - Via Crevada, 52/a - tel.0438 981115
Radicio e fasoi col muset
Da Garbonier
     Refrontolo - , loc. Crevada - Via Crevada, 29/a - tel.0438 840191
Spiedo
Valonier di Rosolen
     San Pietro di Feletto - , loc. Bagnolo - Via Cervano, 2 - tel.0438 486613

Castagnera
     Tarzo - , loc. Corbanese - Via Castagnera, 50 - tel.0438 584778

Da Gelsomina
     Tarzo - - Via Foltran, 14 - tel.0438 564422

Trattoria Vanzella
     Tarzo - , loc. Corbanese - Via San Francesco, 4 - tel.0438 584733
Il “fuoco” del “panevin” tra valori pagani e cristiani

Di anno in anno, in questo pieghevole che annuncia le modalità organizzative del Panevin, siamo venuti sottolineando i vari aspetti pagani e cristiani che la tradizione porta in sé. Ci soffermiamo quest’anno sul significato del “fuoco”.
La tradizione fa parte degli antichissimi riti agrari, nati con l’uomo preistorico, alimentati dal suo costante timore, durante il solstizio invernale, di perdere il sole e di vedere così esaurirsi le forze della vegetazione, le fonti della vita.
Il rito aveva il significato di esorcismo contro l’inverno, che genera la morte arborea, e conteneva in sé la capacità di rigenerare la fertilità della terra. Segno di questa rigenerazione era il fuoco, il cui significato simbolico nella cultura popolare richiama il concetto di “potenza vivificatrice”: il suo calore invitava la gente a stare insieme e mettere in fuga il gelo della solitudine. E tale potenza rigeneratrice si propagava alla comunità, agli animali e all’intero universo, come dimostra l’usanza di spargere le ceneri della bubarata nei campi, nei pollai, nell’acqua dell’abbeveratoio del bestiame. Similmente il salto del fuoco o della brace da parte dei giovani prossimi al matrimonio assicurava loro abbondante figliolanza.
A questi valori atavici di una liturgia pagana il Cristianesimo ha sovrapposto i suoi simboli.
La luce del Panevin rischiara il cammino ai Magi che si recano a visitare il Bambinello, simbolo della Vita. I tre Magi erano rappresentati, in qualche contrada, dai tre pali di sostegno della catasta di rovi, e, per offrire maggiormente la sua luce, il Panevin doveva essere allestito possibilmente sopra un’altura. Esso veniva acceso al suono dell’Ave Maria della sera e molti canti divennero di carattere religioso.
Noi oggi viviamo il Panevin come una manifestazione folcloristica. Giova però ricordare che nessuna tradizione come il Panevin ci riporta nel profondo della nostra civiltà, ispirata da valori prima pagani e poi cristiani.
Enrico Dall’Anese

Di che polenta sei

Per tradizione, da secoli, nell' invocazione che accompagna il rito del panevin si ricorda, osservando la direzione delle faville, a mo' di auspicio augurale, la farina, senza specificare se si tratta di farina da polenta o da pane. A noi poco importa, tant'è, per secoli, le mense dei contadini veneti hanno conosciuto poco pane, e tanta, a volte troppa, polenta. D'altronde non ci identificano, dalle altre regioni, con un blasone popolare che recita : “ veneti polentoni” , con un po' di venatura dispregiativa e con estensioni semantiche che vanno oltre alla sfera del cibo e rinviano al carattere, all'essere un po' gnochi , tonti, remissivi. È vero che un vecchio adagio dice “ mejo poenta senza gnente che gnente sensa poenta” a testimonianza dell'indole quasi rassegnata che ha accompagnato tante stagioni della nostra storia passata.

Un cenno: Giacomo Agostinetti, fattore-agronomo di Cimadolmo, agente per quarant'anni di importanti e prestigiose aziende di nobili e patrizie famiglie trevigiane e veneziane, da' alle stampe i Cento e dieci ricordi che formano il buon fattor di villa , una summa della sua carriera, della sua esperienza, delle sue sapienzialità. Dedica pagine importanti al sorgo turco detto formenton , il Ricordo CX , ne tratta in modo esperto e scrive in un passaggio: “ Del sorgo turco se ne trova di molte sorti, cioè alto, mezan e basso, detto cinquantin, et anco di bianco. Di tutte queste sorti il grande, essendo trattado ben, in questo paese riesce assai bene e se ne fanno buonissime raccolte; ma vi è quel mezano, che si costuma ne' piè de' monti e nel Quartier di Piave, che a' miei giorni non viddi di meglio: si caricano di panocchie e sino cinque e sei per gamba, che se bastasse solo ad haver di quella semenza, tutti ne haverebbono, ma insieme ci converebbe aver di quella terra e poi copia di ledami come hanno quelli abitanti, e poi farli quella servitù come fanno quegli, giaché tengono pochi campi et immitano gli ortolani nel coltivarli ”.

Se necessitavano titoli per rivendicare al Quartier del Piave una sorta di primato nella diffusione di questa pianta del Nuovo Mondo, Giacomo Agostinetti ce li offre sul piatto, meglio sul taier. Ecco allora che abbinare la polenta ai piatti che accompagneranno questa stagione di auspici è un doveroso riconoscimento al “glorioso”passato”. E lo facciamo proponendo la farina di una delle più antiche varietà di mais presenti fino agli anni sessanta nelle nostre tavole : il Biancoperla , una vera delizia. Grazie all'azione congiunta di tanti si è costituita un'Associazione dei Conservatori del Mais Biancoperla e, a seguire, un Presidio Slowfood . I Presidi Slowfood ( quasi 200 in Italia e molti nel mondo) hanno l'obiettivo di salvare, in una sorta di Arca della biodiversità prodotti carichi di storia e legati ad un determinato territorio che, proprio grazie a quel prodotto, viene ancora governato, tutelato, vissuto.

Il Biancoperla è un mais non ibrido, ad impollinazione libera, perciò necessità di cure particolari, non ha grandi rese; i contadini aderenti al presidio si sono impegnati a seguire un disciplinare severo che ne regolamenta la coltura, la raccolta, l'essicazione e soprattutto la macina, a pietra.

Così torna nei nostri piatti, liberi finalmente dalla necessità e dal bisogno, una polenta carica di tante suggestioni, di ricordi, di sapori persi, di stagioni passate. Ma non è solo nostalgia e poesia di bassa lega, da saziati, a motivarci: no, è una delle vie per poter tornare a terra-madre, ad un'agricoltura che dia senso e benessere a chi la pratica e a chi la consuma, orgogliosi, finalmente, di essere dei “ veneti polentoni” .

E che le Pro-Loco inizino ora con maggior convinzione a farsi carico della tutela di pezzi di storia legati ai prodotti di questa è un bel segno.

Danilo Gasparini

A Tavola dopo la Fogarata

La fogarata non sarebbe completa se - dopo l'antico rito del fuoco, a noi disceso da epoche preistoriche attraverso i Celti, rivisitato e arricchito in queste terre di nuovi significati dal Cristianesimo - non ci sedessimo a convivio, consolidando ancor più i legami con i valori della nostra antica civiltà. È il patrimonio sapienziale delle generazioni che si condensa nella magica notte epifanica: i canti augurali attorno al grande fuoco, l'assaggio comunitario del pane e del vino, cibi sacri e primordiali, i presagi mai contraddetti delle faville e, infine, l'incontro attorno a tavole imbandite con piatti legati ai prodotti della terra e della tradizione. Sono piatti antichi, filtrati dai secoli, nati dalla capacità e dal buon senso delle nostre donne, confezionati con prodotti semplici, le carni degli animali allevati attorno alle case, fresche o conservate, i fagioli, altri legumi ed erbe coltivate nell'orto o raccolte lungo le rive e sui prati, i doni del bosco e del sottobosco, qualche rara delizia di caccia. Ed ancora calici ricolmi di buon vino dell'ultima vendemmia, anch'esso dono che si ripete di anno in anno, auspicio di continuità e di benessere.
La fogarata con l'allegro riunirsi attorno a tavole ricche di sapori buoni, magari accanto a un focolare acceso, richiama appieno il senso dei valori comunitari, lenisce la solitudine che si fa a volte tanto pesante, sazia l'insopprimibile bisogno di amicizia e solidarietà, alimenta la speranza in un futuro più sereno. Per questo va vissuta appieno in tutti i suoi momenti e il freddo della sera non può certo fermare il piacere regalato dalla cerimonia antica, non più soltanto rito voluto dalla tradizione, ma espressione di un comune sentire e di un godimento non solo spirituale che arricchisce, e non poco, le nostre comunità.
Giampiero Rorato

Al Panevin

Una tradizione popolare ancora viva nella “Cenetensis Mesopotamia felix”

Si ritiene che poche popolazioni europee, nel loro farsi storico, siano state arricchite da tanti apporti etnici,culturali e religiosi come le popolazioni venete, e in modo particolare, come quella ancora presente, viva e operante “Sub Juga Cenetensium”: la micro regione mesopotamica cenedese estesa dai monti al mare, dal Piave ai fiumi Livenza e Meduna. Passaggio obbligato e ponte tra l’Oriente e l’Occidente per i popoli migranti verso il Mediterraneo.
Nel suo ambito, infatti, frequentazioni paleolitiche e neolitiche, insediamenti lacustri e palustri, castellieri d’altura e di pianura, insediamenti romani e barbarici, santuari pagani e cristiani, numerosi su tutto l’arco collinare pedemontano, testimoniano le faticose tappe dell’aprirsi all’altro e al nuovo, del proprio farsi e manifestarsi dell’attuale plurimillenaria “Gens Cenetensis”.
Anche una simpatica tradizione, l’accensione corale di un grande fuoco, il Panevin, può assurgere a testimonianza del locale sopravvivere nel tempo e del rinnovarsi culturale di un popolo. Un popolo capace di accettare nella propria cultura e tradizione cristiana anche l’ancestrale, naturale sacralità dei due elementi primigenii, il fuoco e l’acqua, il fuoco dei sacrifici e l’acqua lustrale.

Il fuoco, in modo particolare, è presente in alcune tradizionali manifestazioni parareligiose locali:
Le ruote infuocate, “lis Cidulis”, lanciate dalle colline orientali.
I Fuochi di San Giovanni attraversati a piedi nudi dai fedeli devoti nella notte del 24 giugno.
I grandi fuochi del Panevin, ricordo della Stella cometa che guidò i Re Magi alla culla del nato re dei Giudei, Cristo Salvatore.
Accesi alla vigilia dell’Epifania, illuminano tuttora la notte della “regio mesopotamica”, dalle Prealpi al Mare, offrendo al popolo presagi e speranze di future prosperità:
Fuibe verso sera, poenta pien caliera
(abbondanza e prosperità)
Fuibe a matina, ciol su ‘l sac e va a farina
(carestia e povertà).

E’ interessante notare come siano importanti i valori culturali, storici, didattici, religiosi e sociali contenuti:

- Nella preparazione del Panevin e nell’invocazione rituale, immutabile da secoli: “Che Dio ne dae la sanità e ‘l pan e vin” seguita da altre invocazioni e varianti, secondo l’estro dei partecipanti, come, per es., “la pinza sul larin, la poenta sul fondàl”.
- Nella partecipazione comunitaria alla preparazione e alla celebrazione.
- Nella struttura del Panevin: tre pali legati assieme in forma triangolare sostengono, come una mano, sterpi e rovi accesi. Simbologia trinitaria di Dio e della fede illuminante.
- Nelle danze intorno al fuoco. Mani ai fianchi, movimento semirotatorio del busto destra-sinistra, accompagnato da un canto corale a strofe brevi, alternate. Un corifeo propone dodici temi biblici in successione decrescente. Risponde il popolo con un refrain. E’ un ritornello rievocatore, nella gioia natalizia, del dramma finale della vita del Cristo, della drammatica Passione del Venerdì Santo: “Piaghe e sangue”.
Tutto il complesso scenografico ed evocativo parareligioso della celebrazione popolare pone il Panevin della zona tra le più antiche e popolari “Sacre rappresentazioni”.
Purtroppo, i moderni predicatori di massa sono riusciti a laicizzare, banalizzando e svuotando dei loro contenuti religiosi e sociali, non solo tante tradizioni popolari, ma anche le due più intime e suggestive feste cristiane, il Santo Natale e l’Epifania, trasformando il Signore Gesù Bambino nell’estraneo e insignificante Babbo Natale e i Re Magi nelle orribili vecchie befane.
Localmente, anche il popolare Panevin corre il rischio di diventare un malinconico ricupero archeologico di un morente suggestivo mondo culturale ormai incompreso e snobbato, per di più, dalla “non cultura” elettronica del “digitale e del compiuter”.

Antonio Moret

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